MADE IN USA
Se l’incontro precedente aveva permesso di esplorare le origini del cinema, dal muto all’avvento del sonoro, questa seconda lezione era dedicata all’analisi del cinema classico, articolato in tre decenni – gli anni ’30, ’40 e ’50 – ognuno con caratteristiche specifiche e ben distinte.
Il cinema degli anni ’30 sceglie di non affrontare direttamente il dramma della crisi del ’29 e della Grande Depressione, preferendo concentrarsi sui generi come l’horror, il gangster movie, il musical e la commedia sofisticata e brillante.
La danza di Ginger Rogers e Fred Astaire in film come “Top Hat – Cappello a cilindro” (1935) incarna il desiderio di evasione di una popolazione stremata che sul grande schermo preferiva dimenticare i propri problemi, sognando il lusso oppure trovando una forma di riscatto.
È il caso dei film diretti da Frank Capra, come “You Can't Take It with You – L'eterna illusione” (1938), in cui i ricchi sono corrotti, avidi e tristi, mentre i poveri non perdono mai il sorriso neppure nella miseria. Erano storie capaci di dare speranza: ed era proprio questo che all’epoca gli americani volevano.
Per quanto ormai negli anni ’30 il sonoro si fosse pienamente affermato, in film come “Scarface” (1932) di Howard Hawks, la recitazione conservava ancora la teatralità tipica del muto.
Negli anni ’40 il gangster movie avrebbe trovato la sua naturale evoluzione nel genere noir, reso sempre più cupo anche da scelte come l’uso della voce fuori campo e del flashback, oltre che dall’influenza dell’Espressionismo tedesco.
Celebri, a tal proposito, i film del regista di origine ebraica Billy Wilder: “Double Indemnity – La fiamma del peccato” (1944) e soprattutto “Sunset Boulevard – Viale del Tramonto” (1950), che si apre con un lungo flashback in cui un morto racconta la sua storia.
La pellicola costituisce anche un esempio di metacinema: la protagonista, Norma Desmond, è un’ex diva del cinema muto che disprezza il cinema moderno, a suo avviso corrotto dall’avvento del sonoro e del Technicolor.
L’uso del colore aveva iniziato a diffondersi alla fine degli anni ’30, ma il passaggio non fu immediato a causa dei costi elevati. Film come “The Grapes of Wrath – Furore” (1940), diretto da John Ford e ispirato all’omonimo romanzo di Steinbeck, e “Sullivan’s Travels – I dimenticati” (1941), diretto da Preston Sturges, conservano infatti l’uso del bianco e nero.
In generale, sonoro e colore favorirono la ricerca di un maggior realismo e la scelta di fare finalmente i conti con la storia americana, dalla Guerra di Secessione alla Grande Depressione.
Nel 1939 uscì in Technicolor, con la regia di Victor Fleming, il kolossal dei kolossal: “Gone with the Wind – Via col vento”, ispirato all’omonimo romanzo di Margaret Mitchell. La forza di Scarlett O’Hara e la sua fermezza nel dire «After all, tomorrow is another day – Domani è un altro giorno» rappresentavano proprio ciò di cui la Nazione aveva bisogno.
Il colore accentuava le emozioni, ma poteva diventare anche un potente strumento narrativo, come dimostra un altro celebre film di Fleming uscito sempre nel 1939: il musical “The Wizard of Oz – Il mago di Oz”.
Le scene ambientate in Kansas sono rese in un polveroso color seppia, per evidenziare la dura realtà dei contadini negli anni della crisi; le vicende che si svolgono nel regno di Oz, invece, sono caratterizzate da un tripudio di colori. È questo il mondo che Dorothy, interpretata da Judy Garland, sogna quando dalla sua casa triste canta “Somewhere Over the Rainbow”.
“The Wizard of Oz” avrebbe consacrato l’astro di Judy Garland, “Gone with the Wind” quello di Vivien Leigh e Clark Gable. Siamo nel cuore del fenomeno del divismo.
Il successo di un divo o di una diva dipendeva spesso dalle scelte del regista. A tal proposito fu geniale l’intuizione di Ernst Lubitsch che in “Ninotchka” (1939) affidò all’austera Greta Garbo, apparentemente poco adatta a recitare in una commedia, il ruolo di un’inflessibile funzionaria sovietica in missione a Parigi.
Un piccolo gioiello di ironia cinematografica
N.: «Sto cercando la Tour Eiffel».
L.: «Santo cielo, è di nuovo smarrita? Oh, le interessa il panorama?»
N.: «Mi interessa la Tour Eiffel da un punto di vista tecnico».
L.: «Tecnico? No, no, temo di non esservi molto utile da quel punto di vista. Sapete, un parigino va alla torre solo nei momenti di disperazione, per buttarsi giù».
N.: «E quanto ci mette un uomo ad arrivare a terra?»
L.: «Oh, peccato! L’ultima volta che mi sono buttato, ho dimenticato di cronometrarlo».
Un altro anno chiave per la storia del cinema fu il 1941. Esplose infatti il capolavoro scomodo di un regista geniale: “Quarto Potere” di Orson Welles.
Con questo lavoro Welles riplasmò gli elementi del muto, sperimentò con la fotografia e osò criticare uno degli uomini più potenti della sua epoca, il magnate editoriale William Randolph Hearst, che invano si adoperò per distruggere la pellicola.
Gli anni ’40 furono anche l’epoca del melodramma, come dimostra l’indimenticabile “Casablanca” (1942), diretto da Michael Curtiz, in cui la storia d’amore si intreccia con la guerra e le ragioni sentimentali cedono il passo alla necessità di combattere contro il nazismo.
Iconica la scena di Humphrey Bogart con il trench che accompagna Ingrid Bergman all’aeroporto e la perde per sempre.
Nello stesso anno, invece, solo il geniale Lubitsch avrebbe potuto girare una commedia come “To Be or Not to Be – Vogliamo vivere!”, sull’occupazione nazista in Polonia, senza risultare offensivo.
Apertamente schierato contro il nazismo, ancora prima degli Stati Uniti, fu anche Charlie Chaplin con “Il Grande Dittatore” (1940).
Chaplin fu uno dei pochi registi e attori a sopravvivere all’avvento del sonoro. Non scelse mai di far parlare i suoi personaggi, ma si servì dei suoni per accentuare la potenza del messaggio. In “Tempi moderni” (1936), per esempio, la critica della catena di montaggio e la denuncia del rischio di alienazione sono rese più efficaci dalla presenza di uno stridente rumore di fabbrica in sottofondo.
Nel 1946 la Seconda guerra mondiale si chiude idealmente con “It’s a Wonderful Life – La vita è meravigliosa” di Frank Capra. Il protagonista vorrebbe sempre andarsene, ma alla fine resta e accetta la vita così com’è.
La fiduciosa speranza degli anni ’30, tuttavia, non c’è più. La guerra di Corea (1950-1953) avrebbe reso la pace ancora lontana per gli Stati Uniti. Non era più il tempo dei lustrini e dei balli.
Non è un caso, dunque, che il genere che avrebbe caratterizzato l’epoca fosse il noir, con una visione del mondo sempre più cupa, fatta di uomini corrotti e quartieri degradati.
Insieme alle certezze, crollarono anche i generi, che cominciarono a ibridarsi, persino i western. Sono gli anni di Alfred Hitchcock, i cui thriller riflettevano il malessere di un’intera epoca.
In una celebre intervista del 1962, François Truffaut disse ironicamente che nei film di Hitchcock era possibile ritrovare una lunga serie di perversioni, come il voyeurismo in “Rear Window – La finestra sul cortile” (1954) e la necrofilia in “Vertigo – La donna che visse due volte” (1958).
Il disagio e la fragilità iniziarono a caratterizzare sempre più anche i protagonisti maschili. I divi cambiano: la sicurezza di Henry Fonda e Clark Gable cede il passo al fascino ambiguo di James Dean, che in “Rebel Without a Cause – Gioventù bruciata” (1955) mostra di mal tollerare il modello genitoriale autoritario del passato.
I figli si ribellano ai padri e questa crisi introspettiva sarebbe poi esplosa pienamente negli anni ’60, consacrando anche altri volti tormentati come Marlon Brando e Marilyn Monroe.
Infine, gli anni ’50 si chiusero con la diffusione della fantascienza, un genere che permetteva in qualche modo di esorcizzare – o evocare – i timori e la paura dell’Altro, enfatizzati dal Maccartismo.
Tra tutti, uno dei film più significativi fu “Invasion of the Body Snatchers – L’invasione degli ultracorpi”, diretto da Don Siegel: qui, con la paura di essere snaturati dall’interno e dall’esterno, la paranoia collettiva raggiunse effetti sublimi.
Se questo incontro vi ha incuriositi, vi invitiamo ai prossimi appuntamenti del ciclo Made in USA:
14 novembre · 28 novembre · 12 dicembre
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